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La leggenda del Castello Era una notte triste e buia: Santa Severina era assopita, e non un lamento si udiva, non un riso: il silenzio incombeva sovrano e severo. Qualche cosa doveva succedere in quella notte solenne e misteriosa. Tutti presentivano una sventura, e le case erano chiuse e sbarrate le porte e le finestre. Era un patto esecrando, che fa rizzare i capelli sul capo: il Diavolo - dice la donnetta - uscito dall'inferno, perché invocato in un luogo poco lontano dalla città, comprava l'anima di un cristiano, e, per compenso, faceva trasportare dalla Sila non vicina un colossale pino di straordinaria lunghezza, e lo fabbricava alla lunghissima mangiatoia della scuderia del castello: il quale per quell'opera diabolica doveva essere temuto ed ammirato in tutti i secoli, e nessuna jattura doveva guardarlo! Così avvenne: il Diavolo con quel segno della sua grandezza prese in guardia quel luogo; ma col passare del tempo, perdè ogni potenza; perché il palazzo arcivescovile, che sorge di fronte al castello, riduce all'impotenza l'ira funesta dell'inferno. Così parla il popolo, e nessuno ora ha paura: il castello è abbandonato e nella lotta tremenda chinò, sommesso, il capo orgoglioso: trionfò il palazzo dell'Arivescovo, e il Diavolo si oppose invano. Il conflitto nella leggenda, che nel popolo diventa epopea ed epica popolare, è tra Dio e il Diavolo, il bene e il male: la vittoria non poteva mancare e il bene doveva trionfare, e trionfò. La storia però, sfrondato il mito, scruta nelle tradizioni leggendarie, e per essa non esiste che il potere arcivescovile e il ducato. Ho veduto la celebre trave della non meno famosa mangiatoia: è una meraviglia. Sembra un legno piallato, dirittissimo, ma non è tocco dal ferro, e vi è anche la corteccia, ed è lunga diciassette metri e mezzo. E' di eguale grossezza da capo a fondo, ciò che prova che doveva essere presso a poco tre volte più lungo quel pino e che alberi di quella fatta aveva la Sila ! Sulla mangiatoia, ad avvalorare la leggenda, un rozzo dipinto raffigurava un diavolo con una trave sulle spalle …. La leggenda di Pozzoleo C'era, una volta, una tal Filomena, donna del volgo, che andava ad attingere acqua alla fontana, si faceva tutti i servizi di casa, sarchiava il grano, lavorava per vivere, ma era religiosa e buona assai, e al mattino prima di recarsi al lavoro si ascoltava la messa e recitava le preghiere, ogni volta che udiva il suono della campana. Questa donna aveva un figliolo solo, di quattro o cinque anni, e camminava e parlava, perché in quei tempi i bambini parlavano molto tardi, non come ora che aprono gli occhi appena nati e sono maliziosi. Non si sa se aveva marito la nostra Filomena, o fosse vedova; chè non era possibile che una donna così buona, come lei, potesse avere un figlio senza avere avuto un marito, sposato con il sacramento. Fatto sta che, una mattina, mentre il sole spuntava dai monti di Scandale, Filomena, come al solito, lasciò il figliolo nel letto, e se ne andò a sentire la Santa Messa. Il bambino, mentre la madre era assente, si svegliò, pianse, scese dal letto, e, non si sa come, cadde nel pozzo, che era nella stessa casuccia; perché in quel tempo non era ancora venuto il santo Arcivescovo De Risio e l'acqua mancava nel paese, e si attingeva lontano lontano e serviva solo per bere. Ritornata la povera donna e non avendo trovato il bambino in casa… deze vuce ppe chilla ruga: domandò a tutte le persone vicine di casa, ma nessuno aveva visto il bambino, nessuno ne sapeva niente, e, forse qualcuno l'aveva inteso piangere.
Come va? Come non va? Nessuno sa dire niente. L'uomo sollevò il fanciullo così com'era posato sul dipinto, e lo portò in giro per la città con grande festa del popolo, che aveva visto con i suoi occhi un miracolo così grande. La buona Filomena visse lieta, contenta e in santità; e, quando venne a morte, lasciò detto che nella sua casa fosse eretta una chiesa. E la chiesa sorse come per incanto. Tutti vi lavoravano; ed è appunto quella dove si venera Santa Filomena e la Madonna, e dove il popolo corre devoto per la preghiera nei tristi momenti della vita.
Stralciamo dalla presentazione che mons. Antonio Pujia rende, della leggenda, questo significativo brano: Quando imperversa il temporale ed il vento sibila tra i rami degli alberi, che, spesso, vengono atterrati o svelti alle radici, quando le pioggie dirotte minacciano di allagare i semenzati, quando il terreno è riarso e la pioggia benefica non viene, quando aduggia qualche calamità, fidenti si ricorre alla miracolosa immagine, e si fanno pubbliche preghiere, e si porta in processione il quadro santo: nessun prete vi manca; anche l'Arcivescovo, impietosito, a capo scoperto, segue la processione. - Il quadro vien portato da due uomini, per lo più contadini, che si vestono col camice bianco della congregazione religiosa e coronati di spine, ed altri, pure bianco vestiti e coronati, procedono, battendosi le spalle con discipline di ferro.
Ma…perché tanta devozione e tanta cieca credenza? Perché…. La leggenda del brigante E' peraltro leggenda o storia ?…Eccola, quale qui da noi è tramandata da' nostri vecchi: " Era, in tempi ormai lontani, infestata da bande di briganti questa povera Calabria nostra. Non v'era paese sicuro da assalti o angherie di questi brutti ceffi; e tanti ricchi delle nostre popolazioni temevano per fino della propria sicurezza, tanto da starsene tappati in casa, o uscirne, dall'abitato, circondati da gente armata. Non tutti i briganti, però, erano de' veri malfattori : spesso pigliavano la campagna - dicesi da noi- dopo aver vendicato l'onore della famiglia contro prepotenti signori; e si univano con le bande de' briganti solo per tristi condizioni di quei tempi.
E' ricordata da tutti la divozione de' briganti verso la Vergine SS. invocandola quasi sempre sotto il titolo
del Carmine. Da una parte i nemici che sempre più si avvicinavano a lui; dall'altra la rupe a picco. Fu un terribile
istante per lui: o farsi ammazzare o ammazzarsi da se, buttandosi da quella altissima rupe. Scelse quest'ultima via.
Ma prima di buttarsi da lassù nell'abbisso, ebbe un lampo di speranza : la Madonna di Altilia, che di fronte a
quella rupe aveva il suo Santuario, la Calabro Maria. E prima di lanciarsi nel vuoto, gridò pieno di fede:
Maria d'Altilia, salvami tu : ti farò io la campana che manca alla tua Chiesa… Fu un miracolo della Madonna: doveva laggiù diventare un mucchio di carne e di ossa: e invece nessun male n'ebbe da quella caduta… E si salvò, correndo ancora per la campagna; ringraziandone la Vergine che lo aveva liberato dalla morte. La campana la fece subito fondere, a sue spese: e anche oggi, in Altilia, ne' paesi vicini e in Santa Severina nostra è chiamata la campana del brigante." Le due leggende che seguono sono tratte da "Il Popolo di Calabria" del prof. Giovanni De Giacomo. |
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testi: dott. Francesco De Luca |
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